Il Novecento a Venezia

Sul futuro della pittura de Chirico affermava: «sarà esattamente uguale a quello della poesia, della musica e della filosofia: creare sensazioni sconosciute in passato; spogliare l’arte del comune e dell’accettato, da qualsiasi soggetto a favore di una sintesi estetica». Da questi assunti si muove ‘Il Novecento’ a Palazzo Cavalli Franchetti, mostra prorogata fino al 14 aprile. I temi non sono nuovi per la città lagunare, il Novecento è stato esplorato più volte e rientra nelle collezioni permanenti, come ad esempio a Ca’Pesaro. Eppure qui si racconta in un modo inedito. Tra paesaggi e ritratti, pop art e nature morte, affiora un dialogo tra quegli artisti che ruppero col secolo precedente, portando nuove concezioni e astrazioni sull’arte che oggi conosciamo. La sintesi estetica di de Chirico occupa un’intera stanza, mentre poco più in là ci strizza l’occhio Mao di Andy Wharol. I canoni estetici si mescolano a quelli economici del mercato dell’arte, insieme al colore vivace del pop: la Venere di Botticelli rieditata con una luce completamente diversa, è pronta ad essere moltiplicata. Il sogno e l’utopia di una libertà infinita e distante da ogni regola artistica è ciò che suggerisce Magritte con la sua donna, cui è dedicata la locandina de ‘Il Novecento“.

‘È l’irruzione immediata dell’infinito nel finito‘ come diceva Kant.

Riecheggiano per le sale le parole di Giorgio Morandi, in un’intervista a “The Voice of America “del 1957 «il compito educativo possibile delle arti figurative sia particolarmente nel tempo presente, quello di comunicare le immagini e i sentimenti che il mondo visibile suscita in noi».

D’altronde, già nel Novecento compariva quella necessità attuale di conferire significati più complessi a un unico simbolo o immagine .

“Il bisogno di Astrazione e Simbolismo è un segno caratteristico dell’intensità e rapidità con cui è vissuta la vita oggi” dichiarava Gino Severini,”Spesso succede che una parola, o una frase, servirà a sintetizzare un’azione completa, un’intera psicologia”

Il Novecento

Fino al 14/04/2020

Palazzo Cavalli Franchetti, Venezia 

Luisa Galati

Mediterranima

Agli amanti della pittura calda che racconta di un tempo antico, in un testo che mescola nostalgia e poesia, si svelano i lavori dell’artista siciliano  Lorenzo Chinnici e le parole del poeta milazzese Vincenzo Calì, autore delle raccolte poetiche Vincikalos e Intro.

“La pittura è una poesia che si vede e non si sente, e la poesia è una pittura che si sente e non si vede”. “La pittura è una poesia muta, e la poesia è una pittura cieca”,  sosteneva Leonardo da Vinci, nel suo Trattato della pittura,

Quest’introduzione sembra proprio adatta a descrivere il libro scritto dal poeta siciliano Vincenzo Calì dal suggestivo titolo“Mediterranima”, che richiama la sua terra, comune all’artista Lorenzo Chinnici, intervistato dallo stesso poeta, il quale ritrae paesaggi assolati e fulgenti e figure di lavoratori che ricordano il suo passato. Si tratta di un libro che racconta in versi l’essenza delle opere del maestro Chinnici: la sicilianità, la fatica, l’inquietudine, la forza, l’amore, il ritrarsi in se stesso, la paura di mostrarsi.

Mediterranima, edito da Kimerik, è un viaggio nel profondo della Sicilia e dei  siciliani, ritratti grazie a un connubio tra pittura e scrittura,  che ne racchiude odori, colori, sapori e stati d’animo, pronti ad offrirsi al lettore desideroso di immergersi in un mondo incantato e nelle emozioni che sa suggerire il poeta.

 

Paterson, la vita è poesia

Cinema di gennaio 2017:  #Paterson di Jim Jarmusch 
Il valore delle piccole cose che diventano magiche in #poesia

“I poeti sono dannati ma non son ciechi, vedono gli occhi degli angeli”

 

Paterson, New Jersey: Paterson si sveglia tutte le mattine tra le 6 e 10 e le 6 e 30, abbracciato alla moglie, nel letto che abbandona metodicamente per recarsi al lavoro; guida l’autobus n. 23 “Paterson“. Il surreale protagonista di una noiosa vita di cittadina ne porta lo stesso identico nome, Paterson. A ben pensarci, umoristicamente, il regista Jim Jarmusch ha scelto Adam Driver per guidare: “driver” in inglese significa “colui che guida”. A connotare la quotidianità scandita dagli stessi ritmi e dalle stesse cose che si ripetono uguali a se stesse, anche il collega di origini indiane che immancabilmente ogni mattina si lamenta per qualcosa; la moglie, o il gatto col diabete o un fastidioso prurito alla schiena. Ma al suo”come va“? Paterson risponde sempre nella stessa maniera” Io? Tutto bene“.

Ma l’animo di Paterson non è così ordinario come potrebbe sembrare. Lui è nato nella città che ha dato i natali al poeta Williams Carlos Williams, e in cui crebbe Allen Ginsberg,  insieme a molti altri, e come se ne sentisse l’influsso nell’aria, compone poesia. Ogni momento è buono, in autobus, nello scantinato di casa, mentre cammina o mentre osserva la cascata della cittadina, mentre sulle acque che scendono i caratteri del suo notebook segreto ne scandiscono il ritmo poetico.

Tutto a Paterson è poesia: ognuno crea, e che altro vuol dire “poesia” in greco se non “creazione”?

La creazione trasforma, e la poesia delle piccole cose diventa magia. La quotidianità non è più una gabbia da cui fuggire, sembra suggerire Jarmusch, ma nel vivere ogni piccolo dettaglio come straordinario e unico, il sogno  può essere tradotto in realtà, come una semplice scatola di fiammiferi con la scritta che ricorda un megafono.

La moglie di Paterson, interpretata da una dolce e bellissima Golshifteh Farahani –About Elly” (2009), “Pollo alle prugne” (2011), “Come pietra paziente”, quest’ultimo diretto dallo scrittore Atiq Rahimi-, è anch’essa una creatrice instancabile, che utilizza il bianco e nero in modo poetico: sulle tende, sui tappeti, perfino per realizzare dei personalissimi cupcakes. A rallegrare le giornate dell’eccentrica coppia il cane bulldog Marwin, che si esprime a grugniti e fa qualche scherzetto. Proprio Marwin è il fedele compagno delle serate al bar di Paterson, dove alcune vicende tra cittadini prendono forma, come nelle conversazioni ascoltate a bordo del n. 23.

Le persone e le cose della vita si mescolano in unica dimensione, quella della poesia, come in  una piccola rivoluzione interna, ma non alla Ginsberg ai tempi  della beat generation, che scriveva in “Urlo” : “Ho visto le migliori menti della mia generazione
distrutte dalla pazzia, affamate“(…)  descrivendone l’inquietudine del vivere.

Non ci sono più i poeti maledetti, non qui nello scorrere lento di Paterson, New Jersey. La trasformazione della scrittura nel creare immagini si fa in modo più intimo, anche se non per questo in modo meno radicale. Paterson con la sua calma esteriore e la continua positività in ogni situazione può essere un Candido “voltairiano” di stampo contemporaneo con un’anima creatrice, senza essere irrequieto. Ciò che vive ogni giorno gli basta, perché l’inesauribile fonte di rinnovato stupore sta nel suo vedere la vita come una splendida magia. E ha scoperto che essere felice per le piccole cose non è un limite.

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In a Station of the Metro

“The apparition of these faces in the crowd;
Petals on a wet, black bough”.

Ezra Pound

 

trailer italiano