Vizio di forma – Inherent vice. Con Anderson torna vivo Pynchon

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Vizio di forma, di Paul Thomas Anderson, ora nelle sale italiane, è un film tratto dal libro di Pynchon. Non digeribile per tutto il pubblico, è un lavoro che apparentemente non segue una logica, tra una fumata e l’altra del protagonista, Joaquin Phoenix, alias investigatore privato Doc Sportello . Ma con Anderson torna vivo Pynchon. Riconosciuto come uno dei massimi esponenti del postmoderno in letteratura, con un’influenza sulle generazioni successive di autori, si caratterizza per la scrittura labirintica ed estremamente complessa, ripresa in toto da Thomas Anderson.
Per il suo atteggiamento di avversione ad apparire come personaggio pubblico, Pynchon, totalmente schivo e ombroso, è stato spesso paragonato a J.D. Salinger. La sua narrativa, etichettata con le categorie della paranoia, dell’isteria e della densità di informazione, è oggetto di un vero e proprio culto da parte dei fan. E a quanto pare tra i fan c’è il regista, che non ha tralasciato nulla dell’intricato romanzo anni 70.

Paul Thomas Anderson, regista di “Boogie nights” e “Magnolia”, e soprattutto del “Petroliere”e “The master”, – se ce n’era bisogno – si ripropone come uno dei pochi autori degni di questo nome del cinema contemporaneo, cosa rarissima in particolare pensando agli U.S.A. Il lungometraggio si apre sull’investigatore figlio dei fiori e l’ex fidanzata, Shasta Fay, che lo supplica di aiutarla, perché la moglie del suo ex sta cercando di internarlo in un manicomio. Basterebbe già questo per domandarsi che senso abbia.. E la storia continua confusamente con una ricerca da parte di Sportello che pare condotta a casaccio tra uno spinello e l’altro. Spesso le immagini sono avvilupate da una nebbia indistinta tra il fumo e il clima, in una girandola di protagonisti in cui vediamo – tanto per citarne alcuni tra i più noti – Benicio del Toro, Owen Wilson, Reese Whiterspoon. Vizio di forma non ha vinto neanche un Oscar, sebbene contenga il forte richiamo agli anni settanta, quelli di una grande stagione per il cinema americano. Gli anni che Pynchon ha visto e raccontato per davvero, ma periodo in cui Anderson, del 1970, non ha potuto vivere. PTA imageha dalla sua però un’incredibile voglia di comprendere il paese di nascita. Vuole affondare nelle radici  della sua storia, delle sue insite contraddizioni, insieme alle sue costanti e profonde trasformazioni. A tutto ciò fa da sfondo una società di individui smarrita di senso durante gli anni di Nixon, nella California di Reagan, del Vietnam e del Black Power. Sono gli stessi anni in cui nasceva un cinema di sospetto, addirittura di paranoia – si noti nel film di Anderson che la stessa  ritorna più volte – con il genere cinematografico che tradusse meglio quelle sensazioni. Il noir, o un poliziesco ricco di  allegorie erano i più utilizzati per dare quell’idea di ricerca, che spesso si risolveva in turbamenti dell’inconscio, basti pensare ad Altman e a Polanski. Qui Anderson lo cita in maniera esplicita, come fu per Pynchon col romanzo. Non va cercata una chiarezza nella trama, che anzi vuole piuttosto comunicare la sensazione di una dilatazione e compressione del tempo, un intrico di legami in cui sono coinvolti pubblico e privato, che appaiono confusi ma parte dello stesso meccanismo. Nascosto dietro una realtà c’è un retro, un occulto.

Sia il romanzo che il film investigano – come fa l’investigatore Sportello – sugli U.S.A., sull’antropologia e sull’economia americana,  facendo anche  ridere image lo spettatore, probabilmente perché si riconosce nelle dinamiche vere e allo stesso tempo totalmente assurde rappresentate. Il tutto condito da una straordinaria colonna sonora, che dà proprio l’idea di un “trip”, di un viaggio, in cui tutti, a partire da Sportello, fumano per non vedere. Per poter percepire un’altra realtà dato che questa davanti ai loro occhi non li soddisfa. Vizio di forma è un degna trasposizione, pensando a quanto è intricato il testo di Pynchon, e osservando quanto spesso si ha la sensazione che non si tratti di una storia, ma del nostro presente, cambiato apparentemente in superficie, ma non nell’essenza.

Nulla è come sembra, sembra voler dire Thomas Anderson, la realtà è ben più complicata.

Si è trasportati in un racconto di continui legami e rovesciamenti, con un episodio di seguito all’altro, con personaggi uno dopo l’altro e si può essere confusi , ma la realtà è questa: un meccanismo assurdo, una società assurda. In cui non ci sono comandanti e sottoposti ma tutto infine si riduce allo stesso piano malinconico.

PTA, sceneggiatore e regista, depista completamente nella trama dunque, ma lascia agli spettatori il fare i debiti collegamenti, di capire il sottinteso, che senza sforzarsi è più un senso generale che non una  verità in particolare. Il cast è perfetto, sopra tutti Joaquin Phoenix, l’azione guidata dalla voce fuori campo di una narratrice che è una delle protagoniste, il senso ultimo gli unici valori antichi, su cui si può fare affidamento nel disastro generale, l’amicizia e l’amore. Dagli hippy a oggi.

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